LE VILLE – LA STORIA

Le ville tuscolane di Frascati, furono costruite dalla nobiltà papale fin dal XVI secolo.
Queste architetture nacquero con lo scopo di essere le “case di campagna” delle più importanti famiglie romane.
Nel tempo però divennero vere e proprie residenze signorili circondate da campi di agro romano e da boschi rigogliosi per flora e fauna.
Questi grandi palazzi e i loro giardini e parchi, furono oggetto di progettazione di grandi architetti ed artisti nei secoli XVI e XVII.
Le scuole di riferimento degli artisti che ci lavorarono furono:

  • classicista
  • cortonesca
  • barocca

Di seguito le elenchiamo e descriviamo brevemente, così da trasmettervi la bellezza e i tesori che in tali luoghi sono custoditi.

VILLA ALDOBRANDINI (detta anche BELVEDERE)

[ Parco  e ninfeo di Villa Aldobrandini, visitabile nei giorni feriali dalle ore 9.00 alle ore 18.00. ]

Il cardinale Pietro Aldobrandini ricevette in dono dallo zio, Papa Clemente VIII, la proprietà nel 1598. La villa era formata da un piano terra con sei stanze, di cui una grande e cinque piccole, da un piano superiore con cucina, il guardaroba, le camere per la servitù e da una soffitta. Questa struttura poteva adeguarsi ad una persona di ceto medio ma non ad un cardinale di tale importanza, dunque chiese all’architetto Giacomo Della Porta di “…dar principio et disegno ad un palazzo et fontana…”.
Il Della Porta non concluse mai il suo progetto in quanto morì nel 1602, prima della fine dei lavori e si rese necessario il passaggio del completamento di questi a Giovanni Fontana per le opere idrauliche e Carlo Maderno per i lavori architettonici, mentre la decorazione pittorica del primo piano fu affidata a Giuseppe Cesari detto Cavalier D’Arpino (1602-1603), che ideò delle scene tratte dall’Antico Testamento.
La villa si dispone su una serie di terrazze regolari, su una delle quali sorge il palazzo, la cui facciata principale che si affaccia su Roma, è scandita da lesene e si conclude con una sopraelevazione racchiusa da un’enorme timpano spezzato. L’architettura venne concepita in una periodo di transizione di due stili: manierismo e il barocco. Lo stile architettonico, infatti, è ancora legato agli schemi cinquecenteschi, ma accoglie certamente motivi di ispirazione barocca. Anche l’interno presenta un’accurato studio delle proporzioni degli ambienti, di stampo tardo-manierista. Dal seminterrato dove ci sono le cantine e gli alloggi della servitù, si accede attraverso una scala a chiocciola di forma ovale, al piano nobile.
Il grande salone, decorato nella prima metà del ‘700 da Amnesio De Barba da Massa Carrara, ha sulle pareti pitture rappresentanti l’officina di Vulcano ed il Parnaso. La volta è affrescata con il trionfo Pamphili. Su questo piano ben cinque stanza presentano dipinti del Cavalier D’Arpino di soggetto biblico. Al piano superiore erano le stanze dei gentiluomini al servizio di Pietro Aldobrandini e al terzo piano, lussuosamente arredato e con salone centrale a cassettoni, le stanze riservate agli ospiti.
Senz’altro non inferiore per bellezza e stupore, è il giardino che si colloca sul lato della facciata posteriore detto anche Il Giardino Delle Acque, realizzato tra il 1620 ed il 1621. Composto da un vasto emiciclo, presenta nicchie decorate con cariatidi e statue, con al centro la scala dell’acqua, affiancata da due alte colonne tortili a rappresentare idealmente le Colonne D’Ercole. Nella nicchia centrale, sotto le colonne D’Ercole c’è l’Atlante (Jacques Sarrazin, 1621) che sostiene il peso del globo celeste, ed ai suoi piedi Encelado di cui si intravedono i pugni e il capo.
Nelle nicchie di sinistra e di destra troviamo rispettivamente un ciclope ed un centauro, che per mezzo di congegni idraulici suonavano strumenti a fiato con effetti sorprendenti. L’Atlante rappresenta allegoricamente il Papa Clemente VIII, che sostiene il peso del suo ufficio, aiutato da un Ercole (distrutto) che impersona il cardinal Pietro. Alla sinistra del teatro delle acque troviamo la cappella dedicata a S. Sebastiano, con pitture di Domenico e Tommaso Passignano; a destra invece, troviamo la stanza di Apollo che accoglie la riproduzione del Parnaso con statuine in legno, stucchi e fiori in ferro battuto, opera di Giovanni Anguilla e Jacques Sarrazin. Le opere idrauliche di Giovanni Guglielmi completavano il racconto immaginario, creando degli affetti sonori che permettevano agli strumenti di prendere vita. Anche qui ritornano motivi allegorici che paragonano il Parnaso alle Muse, al colle di Frascati e Apollo al cardinale Aldobrandini. Vicino al teatro delle acque c’è un grande mascherone ricavato dalla roccia da Guglielmo Mida (1612), mentre sulle terrazze al lato del palazzo, sono poste simmetricamente due fontane a forma di navicella, scolpite da Ippolito Buti (1607-1609). Sotto il muro di sostegno della terrazza ovale è ricavato un nicchione realizzato da Giacomo Della Porta e dal fontaniere Orazio Olivieri (ideatore dei giochi d’acqua). Durante gli eventi bellici dell’ultima guerra mondiale la villa è stata colpita duramente. Le opere di restauro prontamente eseguite dal principe Clemente Aldobrandini sotto la guida dell’architetto Clemente Busiri Vici, non hanno potuto riportare in vita tutte le opere andate distrutte, come la fontana dei pastori; però hanno restituito alla villa l’aspetto originario.
Nel 1681, a seguito della morte di Olimpia Aldobrandini in Pamphili, la famiglia Aldobrandini di estinse e la villa passò ai Pamphili. Nel 1760 però si estinse anche la famiglia Pamphili e la proprietà passò ai Borghese. Nel 1832, Francesco Borghese ottenne di potersi fregiare del nobile nome degli Aldobrandini, quindi, la villa appartiene tutt’ora agli Aldobrandini.
I simboli araldici della famiglia Aldobrandini sono costituiti da un doppio rastrello e da sei stelle ad otto punte che simboleggiano la scala d’assalto e la mazza ferrata.

Il ninfeo di Villa Aldobrandini

Villa Aldobrandini (conosciuta anche come Villa Belvedere)

Villa Aldobrandini in una suggestiva notte di luna piena.

VILLA FALCONIERI

E’ la più antica delle ville tuscolane, già nota come villa Rufina. In seguito ai successivi passaggi di proprietà, entra in possesso dei Falconieri nel 1623. Secondo la ricostruzione storica, progetto iniziale nacque per volontà del chierico Alessandro Rufini o Ruffini, vescovo di Melfi tra il 1548 e il 1574, che diede inizio ai lavori. La costruzione della villa terminò nel 1549, anno della morte di Papa Paolo III, il quale fu certamente il committente dell’edificio, come dimostra la decorazione di una stanza in cui ricorre lo stemma dei Farnese: l’unicorno. A questa fase decorativa appartengono anche le splendide decorazioni a grottesche della scuola di Pierin del Vaga. La villa verso la fine del 1563, viene ceduta per problemi economici, e tra i proprietari viene menzionato Francesco Cenci, padre di Beatrice, famosa per la fine cruenta e il cui fantasma si dice, che ancora oggi aleggi nei palazzi nobiliari romani. Molteplici passaggi di proprietà si susseguono fino al 1628, anno in cui la villa viene acquistata da Orazio Falconieri, membro della famiglia Fiorentina che grazie all’appoggio del cardinale Lello, fratello di Orazio farà grande fortuna con il commercio del sale e sposando Ottavia Sacchetti. Orazio Falconieri, dopo l’acquisto della villa, commissionò lavori di restauro a Francesco Borromini, il quale aggiunse i due corpi di fabbrica laterali, modificando le forme cinquecentesche dell’edificio. La facciata venne dotata di un ingresso monumentale, con uno scenografico terrazzo al di sopra. Gli affreschi caricaturali presenti all’interno sono opera di Pier Leone Ghezzi, invece di Ciro Ferri è il rapimento di Proserpina sul soffitto della seconda stanza e le allegorie delle quattro stagioni in una delle ali del palazzo. Nei successivi appartamenti, compaiono opere di Herzendorff quali il Trionfo di Bacco, la conquista del vello d’oro, il Parnaso ed altri ancora. In questa villa hanno lavorato altri artisti del tempo quali Giacinto Calandrucci e Nicolò Berrettoni.
Il parco è costituito da splendidi giardini all’italiana a da un piccolo lago costruito nel XVII secolo. Con l’estinzione della famiglia Falconieri, databile intorno all’anno 1865, la villa passò di mano più volte. Ne diviene proprietario anche l’imperatore di Germania Guglielmo II che la restaura e la destina a sede di una scuola tedesca di belle arti. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, con la sconfitta della Germania la villa requisita dal governo italiano. Tra il 1925-1928 diventa sede della Direzione Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione.
Durante la Seconda Guerra Mondiale dalla truppe tedesche e gravemente danneggiata dai bombandamenti alleati. Alla fine della guerra, la villa restaurata è affidata al C.E.D.E. (Centro Europeo dell’Educazione), ma dal 2000 passa a l’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione) che ne fa la sue sede.

Villa Falconieri

VILLA TUSCOLANA (o RUFINELLA)

E’ la più alta tra le ville tuscolane, sorge sul luogo dove forse era la villa di Cicerone, in direzione di Tuscolo a circa 1,5 chilometri dall’abitato di Frascati. Nel 1578 il terreno dove sorge la villa è già nelle proprietà del cardinale Alessandro Rufini (V. Villa Falconieri), il quale forse già vi trovò una modesta costruzione, appunto la Rufinella, per distinguerla dalla più grande ed adiacente villa Rufina. Nei secoli il palazzo passò di mano più volte, prima agli Aldobrandini e poi ai Sacchetti, fino a quando, nel 1740 ne vennero in possesso i Gesuiti del Collegio Romano, i quali decisero di farlo erigere quasi ex novo, affidando i lavori a Luigi Vanvitelli. L’architetto per reperire materiali idonei e a basso costo, si recò sul Tuscolo, dove erano presenti i resti dell’antica città di epoca romana. Durante i lavori, da un’area sovrastante la Rufinella, vennero alla luce numerosi resti di murature, mosaici ed una meridiana che erano i resti di un’antica villa romana appartenuta probabilmente a Marco Tullio Cicerone. In seguito alla soppressione dell’ordine dei Gesuiti, avvenuta nel 1773, la villa torna nelle disponibilità della Camera Apostolica e da questo momento iniziano una serie di nuovi passaggi di proprietà che la vedono tempo per tempo di Luigi Bonaparte, di Anna Maria di Savoia, di Vittorio Emanuele II, fino ad arrivare nel 1966 quando fu venduta ai Salesiani.
Gli attuali proprietari hanno trasformato il palazzo in una struttura ricettiva. Qui soggiornò nel 1834 il poeta Belli che dedicò alla villa un sonetto “La Rufinella”.
La struttura della villa ricalcla una pianta a “T” ideata da Vanvitelli e che rispondeva alle esigenze dei Gesuiti di trasformarla in residenza estiva per l’ordine. Il braccio più lungo verso monte, è caratterizzato da lunghi corridoi che danno accesso su entrambi i lati ad un maggior numero di stanze tutte della stessa misura. La facciata, corrispondente al braccio più corto, nella parte centrale è divisa da pilastri in pietra sperone, che inferiormente includono un portico a tre arcate con volta a crociera. Più in alto nella parte centrale, una loggia belvedere con archi a tutto sesto. Sulla destra è situata la cappella a pianta ellittica affacciata sull’ingresso del palazzo, punto di incontro dei corridoi principali.
Il giardino ricalca il disegno antico, con una piccola fontana a conchiglia inserita in un’esedra e il ninfeo sulla destra de prospetto. Per il resto la villa era circondata dal bosco.

Villa Tuscolana

VILLA TORLONIA

Nel 1563 l’abbazia di Grottaferrata cede al letterato italiano Annibal Caro un piccolo podere alle porte di Frascati. Il Caro vi costruisce una villetta (La Caravilla) dove amava ritirarsi per leggere e studiare. Proprio lì Annibal Caro, prima di morire nel 1566, porta a termine la traduzione dell’Eneide. La proprietà venne venduta ai Cenci, poi al cardinale Tolomeo Galli che la ingrandisce acquistando altri terreni. Nel 1607 fu di proprietà del cardinale Scipione Borghese che fa eseguire importanti lavori a tre noti architetti: Giovanni Fontana, Flaminio Ponzo, Carlo Maderno. Questi grandi progettisti realizzarono il grandioso teatro delle acque, la peschiera al di sopra delle cascate e la Fontana del Candeliere, collocata nel piazzale del belvedere. Nel 1621 la villa divenne di proprietà del cardinale Ludovico Ludovisi che diventerà Papa con il nome di Gregorio XV. La villa prende allora il nome di Ludovisia. I nuovi proprietari apportarono notevoli trasformazioni, facendo realizzare al Maderno il nuovo prospetto del palazzo e la fronte orizzontale del ninfeo. Dopo i Ludovisi, la villa cambiò proprietà molte volte, fino al 1841 anno in cui entrò nelle proprietà dei Torlonia. Nel bombardamento di Frascati dell’8 settembre 1943, il fabbricato subì ingenti danni, tanto che fu completamente demolito ed al suo posto venne ricostruito un edificio residenziale, mentre il parco divenne pubblico nel 1954 a seguito di una permuta tra il Comune di Frascati ed il duca Andrea Torlonia.

Villa Torlonia, particolare del Teatro delle acque di Carlo Maderno, 1607-25.

Teatro delle acque di Carlo Maderno, 1607-25.

 

 

VILLA LANCELLOTTI

La genesi di villa Lancellotti è diversa a quella delle altre ville, in quanto nel 1578 Filippo Neri, il futuro Santo, decise di prendere in affitto una casa a Frascati nella quale convogliare tutti i confratelli malati “…in territorio Tuscolana sopra civitae…in via que tendit ad villam Ruffinam…”. 
Gli oratoriani, nel 1582, ebbero in dotazione da Silvio Antoniano una piccola vigna nella località “la sepoltura”, ed una somma di denaro, con la condizione di procedere alla costruzione di un’edificio. Nel 1587 la villa venne realizzata sotto la supervisione di Antonio Sala ed il relativo ampliamento continuò fino alla morte di San Filippo Neri, nel 1595. Dopo diversi passaggi di proprietà, nel 1840, il barone Testa Piccolomini, cedette la villa al figlio Teodoro che nel 1866 la vendette ad Elisabetta Borghese Aldobrandini, moglie del principe Filippo Massimo Lancellotti. La villa attualmente appartiene alla famiglia Massimo Lancellotti. Ordinariamente l’edificio dalla forma allungata articolata su tre piani, doveva avere dimensioni modeste, ma con il tempo la casa di riposo degli oratoriani divenne un nucleo consistente, determinato dall’acquisto di ulteriori terreni limitrofi, tanto che nel 1591 fu definita Magna Domus. 
L’ampliamento simmetrico delle aree rispettò il nucleo originario dell’edificio. Tra il 1617 ed il 1619 fu realizzato il ninfeo, voluto dal banchiere Roberto I, allora proprietario della villa. Analogo al teatro delle acque del giardino segreto di villa Mondragone, il ninfeo era originariamente molto semplice, con un esedra scandita da sette nicchie; poi nel 1760-80 fu ampliato con l’aggiunta del coronamento e dell’orologio. Le statue invece furono disposte durante la proprietà dei Lancellotti. Nel 1764 furono realizzate anche notevoli opere di ristrutturazione della facciata, nonchè una scala a due rampe sul lato destro dell’androne. L’atrio è occupato da un mosaico di età romana, con tessere bianche e nere, raffiguranti giochi ginnici. Nel salone del pianterreno, La volta è decorata da affreschi del 1873 di A. Angelini e D. Forti (1812-1884), con rappresentazioni di personaggi della famiglia Massimo Lancellotti.
I bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale hanno determinato profonde ferite alla struttura, che è sta di recente restaurata. Alcuni ambienti conservano, nella volta, affreschi realizzati da Cherubino Alberti (1553-1615) per il cardinale Alfonso Visconti, con temi quali Elia rapito in cielo sul carro di fuoco e Abacuc trasportato in volo da un angelo. Il salone del primo piano è caratterizzato da affreschi del XIX secolo di A. Angelini, D. Forti e D. Fattori, con paesaggi inquadrati da finti loggiati con colonne tortili. Nella seconda stanza dell’ala Nord- Est è rappresentata una fascia con vedute delle proprietà dei Lancellotti. Nella volta del camerino settecentesco, adiacente alla facciata Sud-Ovest della villa, è rappresentata Diana con Endimione dormiente tra quattro piccoli paesaggi. La famiglia Lancellotti è originaria della Sicilia, ma dal XVI secolo entra a far parte della nobiltà romana. Papa Pio IX nel 1865 autorizza Don Filippo Massimiliano Lancellotti dei principi Massimo ad assumere il titolo di principe, il nome e l’arma dell’estinta famiglia Lancellotti.
Lo stemma araldico della famiglia è costituito da cinque stelle d’oro a sei punte disposte in croce, sormontate da un lambello rosso con tre pendenti in campo azzurro.

VILLA SCIARRA

VILLA SORA